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Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare (Giovanni Falcone)

Inizio questa riflessione ad alta voce, con la celebre frase di Giovanni Falcone, una delle figure di riferimento più importanti della mia vita alla quale spesso mi sono ispirato per affrontare situazioni e dilemmi professionali ma anche solo per guardare in faccia la realtà della questione sicurezza nei territori italiani.

Il recente ritorno del terrorismo ha contribuito a innalzare il livello di insicurezza percepita nelle nostre città e di conseguenza ogni problema legato al rischio, inteso come la possibilità di conseguenze dannose o negative a seguito di circostanze non sempre prevedibili, torna ad assumere la veste di carattere peculiare della nostra società attuale. La società contemporanea appare sempre più dominata dal rischio, eppure non sembra più pericolosa dei periodi storici precedenti. Se si guarda alla durata media della vita, alle malattie, la fame, violenze private e guerre, dovremmo addirittura considerarla la più sicura degli ultimi secoli. Tuttavia, la nostra preoccupazione per il rischio è fortemente cresciuta nel corso degli ultimi decenni. Tra i vari ambiti di intervento, dell'analisi criminologica, quello delle problematiche relative alla sicurezza urbana riveste quindi particolare importanza. Una cosa fondamentale, alla quale bisogna sempre guardare quando si affrontano problemi di sicurezza, è quella di non perdere mai di vista l’obiettivo finale e cioè “creare quelle condizioni affinché non si verifichino eventi dannosi per le persone e per le cose, o almeno cercare di limitare i danni quando l’evento è accaduto[1].

Altra cosa che merita attenzione e che in questo periodo potrebbe tornare di moda, è quella di evitare di incappare nell’errore di valutare la gravità di un problema di sicurezza tenendo conto dell’allarme sociale che sta suscitando al momento poiché non è vero che il senso di paura che provano i cittadini, in realtà accresce la pericolosità del problema stesso.

E’ sempre uno sbaglio valutare il rischio sulla scia dell’emotività poiché il senso di sicurezza soggettivo non coincide quasi mai con il senso di sicurezza oggettivo. Chiunque si occupi di Sicurezza, dovrebbe avere l’onestà intellettuale di scindere le esigenze di quest’ultima dalla visibilità politica. Dico questo, perché, spesso i cittadini non hanno strumenti idonei a valutare oggettivamente e con cultura adeguata, i problemi legati al rischio e di solito utilizzano sempre gli stessi modi per affrontare le emergenze quali: proteste per chiedere maggiore presenza di forze dell’ordine nel territorio, raccolte di firme per aprire nuovi distretti di polizia o Carabinieri a volte anche ricorrendo a manifestazioni in strada o davanti a Prefetture. Queste forme di protesta, purtroppo, spesso trovano politici e/o amministratori che tendono ad assecondarle per mera paura di impopolarità, pur essendo consapevoli dell’inutilità della cosa e, a mio avviso, facendo perdere tempo prezioso ai cittadini.

E’ ormai opinione condivisa che la sola repressione, il controllo e la giustizia penale non producono sicurezza, per una serie di motivi noti e meno noti dei quali non giova discutere per non cadere nell’errore appena spiegato. Un’attività di prevenzione efficace, deve coinvolgere tutti i soggetti attivi di una società, pubblici e privati i quali, uniti, possono creare quelle condizioni ambientali utili a dare un senso di fiducia ai cittadini. Questo può avvenire soltanto previa valutazione dei rischi esistenti e di quelli presumibili, per poi scegliere le strategie migliori per eliminarli o prevenirli. A questo punto torna ad avere un senso, la frase di Giovanni Falcone, poiché è in questa fase che i cittadini esprimono le loro personalità.

Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare…”

Il prezzo da pagare, in questo momento, è quello di cambiare filosofia di vita e ritornare a quella del passato, che ci appartiene per imprinting italiano. Tornare alla vita di cortile, alla comunanza, al sentirsi parte integrante della società in cui viviamo. Tornare a pensare come mio quartiere, mia zona, che comprende tutti quelli che vi abitano e che ogni giorno s’incontrano per strada e magari non si guardano in faccia. Le indifferenze e l’individualismo sono i peggiori nemici da combattere, poiché laddove c’è individualismo c’è l’isolamento ed essere soli comporta il rischio di diventare più facilmente vittime o prede e tutto questo aumenta la paura. Non sempre la Fear of crime ha un’accezione negativa; Ervin Goffman, faceva notare che la paura del crimine è insita nella vita quotidiana e in ogni caso, questo timore, contribuisce a ridurre il rischio fungendo da auto protezione. La paura del crimine diminuisce notevolmente quando il controllo informale dei territori è più forte. Per controllo informale si intende quello esercitato dalle famiglie, la scuola, l’associazionismo e i cittadini in genere, mentre il controllo formale è quello esercitato dalle forze dell’ordine, dalla magistratura e da altri organi pubblici che si occupano di repressione e prevenzione del crimine in maniera assidua e finalizzata. E’ proprio il livello di controllo informale che permette di distinguere un quartiere sano da un quartiere malato. Nei quartieri sani, tutti si conoscono e condividono sia i valori sia le credenze e si sentono responsabili del livello di qualità della vita nel quartiere. Dove esistono saldi legami sociali, la percezione di insicurezza è sempre minore[2]. Molti autori sono concordi[3] e utilizzano il concetto di efficacia collettiva (collective efficacy), definita come “la coesione sociale di un quartiere combinata con la volontà degli abitanti di partecipare ad azioni orientate a un fine comune”, per interpretare la diversa diffusione della violenza nei quartieri. L'efficacia collettiva è stata misurata attraverso una scala di controllo sociale e una scala di coesione sociale e di fiducia. Gli scrittori dimostrano che una comunità civica attenta può realizzare un migliore e più efficace controllo informale, che si è dimostrato capace di ridurre la violenza e in generale il numero dei reati. Il prezzo da pagare, come Falcone suggerisce, è solo quello di rimettersi in gioco e riappropriarsi dei propri territori, sviluppando il senso di appartenenza e di orgoglio campanilistico, proiettando, tutti insieme, la parte sana di questi sentimenti nel controllo informale. Dice ancora Giovanni Falcone: “…ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare.”

Questa è la triste realtà dei fatti. Sentiamo spesso cittadini lamentarsi sui social network o attraverso qualsiasi strumento mediatico. Si chiede sicurezza, maggiore impegno delle forze dell’ordine (come se già non facessero molto), più interventi delle amministrazioni pubbliche, più rigore nelle condanne dei giudici, pene più severe per chi delinque ecc. Tutte cose sacrosante e legittime, tutti vorremmo avere un sistema giudiziario perfetto e nessun delinquente in circolazione, ma la realtà dei fatti non è così e non lo è da nessuna parte, tranne in alcune nazioni dove vigono regimi che in cambio di sicurezza chiedono enormi privazioni di libertà personali. E’ lecito chiedere maggiore impegno alle autorità, ma il solo lamentarsi non porta a niente, mentre è altrettanto giusto riflettere su quello che il cittadino può fare per concorrere con le forze dell’ordine e con le amministrazioni a rendere più sicure le strade e i quartieri e cioè ricordarsi di essere prima di tutto consociati e non semplici utenti. La sicurezza non è qualcosa che ci può essere data da qualcuno, va partecipata, creata insieme nel circolo virtuoso tra cittadini, forze dell’ordine e Amministrazioni. In questo momento, in molti comuni d’Italia, è richiesto a gran voce da alcune amministrazioni comunali o da gruppi di cittadini, l’attuazione del progetto del Controllo del vicinato che consiste proprio nel ricreare quella rete sociale tra i cittadini, prodromica di una maggiore implementazione del controllo informale. Recuperare la collective efficacy, imparare a offrire meno pungoli ai delinquenti eliminando le proprie vulnerabilità e rendendo meno appetibili le nostre case e i nostri beni in genere, dialogare in maniera costruttiva ed efficace con le forze dell’ordine (imparando a fare segnalazioni qualificate) sono gli obiettivi del progetto del Controllo del Vicinato (www.controllodelvicinato.it). L’abitudine di lamentarsi, da parte di alcuni italiani, si manifesta anche nel disfattismo da social network. Capita spesso, soprattutto dove la “stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare”, di leggere attacchi nei confronti dei promotori del progetto del CDV, con battute sarcastiche o profezie del giorno dopo, del tipo: “ma dove sta il controllo del vicinato visto che continuano i furti?”, “finora solo chiacchiere, a quando i fatti?”, come se il controllo del vicinato sia la panacea di tutti i reati e che solo averlo nominato sui giornali garantisca l’immunità dei furti in una zona, senza che nessuno degli abitanti (o un numero esiguo) si sia scomodato per metterlo in pratica.

Il controllo del vicinato non è un sostituto degli antifurto. È una filosofia di vita che cambia radicalmente il modo di pensare e di agire dei cittadini che abitano in una precisa zona, sia essa un palazzo o un condominio, una serie di vie, un quartiere o addirittura un paese. Funziona (com’è facilmente verificabile facendo un giro su internet) solo se i cittadini lo fanno funzionare altrimenti, è solo un bel progetto che resta fermo lì. Comprendo la rabbia e lo sfogo di chi vive in certe zone, dove si sono formalmente costituiti gruppi di CDV e continuano ad avvenire i reati, ma bisogna capire che se non ci rimbocchiamo le maniche e decidiamo davvero di cambiare modo di pensare e di agire non c'è scampo e saremo sempre potenziali vittime di furti e truffe.

Non serve litigare tra di noi o accusare il promotore del programma di Controllo del vicinato nella nostra zona se il progetto non funziona. Bisogna fare un'analisi di quello che si è fatto finora e capire cosa non fila e provvedere subito a mettersi in gioco. Interi quartieri di Roma, piccoli paesi umbri, grandi realtà milanesi ecc. stanno sperimentando il controllo del vicinato ed è stato riscontrato che, laddove la gente ha compreso e si è impegnata ad aderire al progetto (senza farsi ingannare da progetti copia emanati da alcune Autorità e che restano solo proclami politici) il programma funziona ed ha portato ad una importante riduzione dei furti. Lo stesso Prefetto Gabrielli, in diverse occasioni pubbliche, ha incitato i cittadini romani ad aderire al progetto del CDV ritenendolo un validissimo strumento contro i delinquenti, affermando il ruolo centrale delle forze dell’ordine nel contrasto ai reati ma definendo indispensabile il contributo dei cittadini. Chiudendo questa lunga riflessione, esorto tutti a rileggere la frase di Giovanni Falcone facendo un esame di coscienza. Resta il fatto che ognuno, in pieno libertà, sceglie il proprio ruolo nella società. C'è chi continua a lamentarsi e scaricare le colpe (su chi forse le ha) e c'è chi invece tenta di aiutare gli altri con proposte e progetti che possono essere sempre confutati ma con altre proposte e non con semplici opinioni da bar. Chi si mette in gioco merita sempre un plauso e se sbaglia, ci mette la faccia. Chi preferisce solo lamentarsi va altrettanto rispettato perché almeno mette alla berlina i propri limiti. E allora bisognerebbe mettere da parte le antipatie personali e la rabbia e cercare di approfondire il progetto del Controllo del Vicinato cercando di aderire non con la firma sul foglio ma con la mente e con il cuore, perché solo uniti si vince e per essere uniti bisogna mettere da parte tutto ciò che divide.

Dott. Francesco Caccetta - Vicepresidente ACDV © RIPRODUZIONE RISERVATA
 

 


[1] BALLONI A., BISI R., Criminologia applicata per l’investigazione e la sicurezza, Franco Angeli, Milano, 1996;

[2] Rosenbaum D.P. e Heath L., The psycho-logic of fear-reduction and crime-prevention programs, Plenum Press, New York, 1990

[3] Sampson R.J, Raudenbush S.W e Earls F., Neighborhood and violent crime: a multilevel study of collective efficacy, Science, 277, 918, 1997

Articolo apparso sulla rivista online Convincere, col titolo originale di "Abbasso il Controllo del Vicinato (a prescindere)"

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