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Trattare quanto è accaduto a Vaprio d’Adda (il fatto è noto a tutti, forse anche troppo noto e carico di inutili connotazioni) non è agevole.

Non è agevole, in particolare, occuparsi di un caso che riguarda indubbiamente il nostro ambito di interesse (cioè la sicurezza), ma che deve essere sviluppato sulla base di un angolo visuale caratterizzato da:

- neutralità;
- razionalità;
- umanità.

Abdicare alle coordinate sopraindicate significa rinunciare agli strumenti di indagine che soli possono permettere di pervenire a risultati accettabili, che siano in grado di porsi in linea con la nostra civiltà; che, ricordiamolo sempre, è anche costruita sulla base di giudizi che si formano a seguito di una ricerca non orientata, di una ricerca che sia in grado di raccogliere tutti gli elementi emersi, e che possa sfociare in un dibattito non emotivo e sempre rispettoso di tutti i punti di vista.

Questa premessa è assolutamente necessaria, prescindere dalla stessa significa soltanto aderire alla becera sguaiataggine di notizie che ci hanno propinato in questi giorni i mezzi di comunicazione, ed alle opinioni di individui senza scrupoli, senza etica e privi del senso del bene comune - spesso grotteschi teatranti televisivi. Opinioni di coloro che la letteratura sociologica, già da anni, descrive come “imprenditori della paura” e suscitatori del famoso “panico morale”.

Chi non condivide questa premessa – e su questo voglio essere categorico ed intransigente – può pure omettere la lettura delle modeste e dimesse riflessioni che andrò a proporre.

Per fare un ordine e per fornire una chiarezza metodologica, il caso può essere riguardato in relazione a tre approcci:

  1. quello dei fatti come accaduti;
  2. quello della normativa legale sottesa ai fatti;
  3. quello della reazione sociale suscitata.

Quanto al punto 1.

I mezzi di comunicazione di ogni orientamento politico, con flusso incessante, hanno fornito agli utenti notizie relative alla ricostruzione dei fatti.

Con una competenza Criminalistica (e non criminologica) che non possiedono, i giornalisti ed i commentatori hanno spesso preteso, di volta in volta, di spiegare la dinamica dei fatti, le condotte dei protagonisti, le loro posizioni geografiche e le loro reciproche interazioni. Ma non solo, costoro, sulla base delle descrizioni eseguite, hanno millantato competenza ed anticipato giudizi circa l’applicabilità o meno della causa di non punibilità prevista dall’art. 52 del Codice Penale (Difesa Legittima).

Va detto con forza – e su questo non mi stancherò mai di ripeterlo – che l’interpretazione della Scena del Crimine e la formulazione di conclusioni è compito esclusivo della Polizia Giudiziaria e dei consulenti nominati. Ma non solo: che questa operazione è svolta all’interno delle Indagini Preliminari, che rappresentano una fase del Procedimento Penale caratterizzata (per chi ancora non lo sapesse) da una particolare riservatezza posta a tutela dell’Indagato e a presidio della genuinità della formazione delle Fonti di Prova.

Pertanto ogni illazione, ogni formulazione di ipotesi, al di fuori del recinto delle indagini preliminari e al di fuori delle precise competenze scientifiche, rappresenta un atto di grave disonestà e scorrettezza che si ripercuote (anche in modo negativo) sulla pelle dell’indagato.

Ribadisco quindi che le Indagini Preliminari non si svolgono nei talk show televisivi, nei comizi politici (più o meno irosi) e neppure si svolgono nell’ambito del parlare quotidiano.

Quanto al punto 2.

Si è notato il prepotente riaffacciamento sulla scena giuridica e sociale della delicata questione della legittima difesa – specialmente applicata ai casi di reazioni armate dei privati nei confronti di situazioni di pericolo. La norma che prevede una tale fattispecie, l’art. 52 del Codice Penale, ha subito una riforma (anno 2006) che, al di là della sua specificità, mantiene la disposizione ancora strettamente ancorata al concetto di necessaria Proporzionalità tra Difesa e Offesa e di Situazione di Eccezionalità.

Far passare e consolidare l’idea che la risposta difensiva, armata o violenta da parte del privato, non sia l’esito di uno stato di eccezione ma possa diventare una prassi accettabile e corrente, rappresenta una operazione di bassa ed ignorante politica.

Il rinforzo della legittima difesa, formalmente portato dalla riforma del 2006, al di là delle sue concrete applicazioni giudiziarie non deve legittimare un clima sociale esaltato, impaurito e incattivito che può condurre all’idea che l’utilizzo delle armi costituisca sistema normalmente attuabile. In verità l’art. 52 del Codice Penale (al di là delle interpretazioni ingenue o in malafede) rappresenta una causa di non punibilità in una condizione di necessità cogente che sottrae all’autore la libertà di autodeterminazione. E non certo una modalità di reazione evitabile in situazioni nelle quali il pericolo non è concreto e non attinge a beni rilevanti, oppure quando siano attuabili condotte alternative.

Quanto al punto 3.

L’evento ha suscitato una reazione sociale rilevante, spesso caratterizzata da toni anche volgari e scomposti (che dimostrano la fragilità e l’incompetenza di coloro che li hanno espressi). Ha dato oltretutto la stura a opinioni, espresse da coloro che non hanno alcuna competenza in materia giuridica, giudiziaria e criminalistica e caratterizzate da mera impulsività.

La mia reazione personale – che propongo e non impongo – è la seguente:

  • un silenzio dignitoso, virile ed umano di fronte ad un uomo che, nonostante stesse per compiere un reato, ha pur sempre perso la vita in modo violento;
  • una comprensione e vicinanza umana per il protagonista del fatto. Egli è un uomo impaurito, braccato, strumentalizzato da giornalisti senza scrupoli e da politici in cerca di consenso. Il signor Francesco Sicignano ora è indagato; ed all’indagato ed all’imputato vanno riconosciuti il massimo rispetto e protezione, non solo giuridica, ma anche sociale. Sicignano non è un eroe, non è un modello da proporre: è un essere umano come noi, che si accinge ad imboccare un percorso giudiziario faticoso, dispendioso e doloroso;
  • una riflessione volta a comprendere come la nostra sicurezza non dipende dalle armi, non dipende da una “chiamata alle armi”, non dipende dalla istaurazione di un clima esaltato, barbaro ed incattivito. Ma passa attraverso il dialogo, la partecipazione, l’attenzione, la cura dei luoghi e delle persone, il reciproco riconoscimento come esseri umani. La chiusura, la contrapposizione, l’inasprimento del rancore e del sospetto portano solo alla rottura della trama sociale ed all’isolamento che rappresenta la vera fonte della vera insicurezza.

Solo la serietà, la civiltà e l’umanità potranno restituirci il necessario senso di sicurezza.

Avv. Mauro Bardi – Comitato Scientifico ACdV © RIPRODUZIONE RISERVATA

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