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Uno degli argomenti che maggiormente occupa, nei tempi recenti, il discorso criminologico è quello della sicurezza. Se le ricerche dei criminologi si sono appuntate, in passato, prevalentemente nei confronti dello studio della dimensione eziologica e clinica della devianza, in particolare rispetto all’approfondimento delle cause che conducono alla commissione di reati ed al trattamento del reo, negli ultimi anni si assiste ad un interessamento più marcato nei confronti dell’approntamento di tecniche, strumenti e prassi che siano in grado di incrementare il senso della sicurezza all’interno dei centri abitati e di diminuire le opportunità criminali.

Questo parziale cambio di rotta è dovuto a diversi fattori di natura eterogenea tra loro.

Da un lato è doveroso riportare che il declino di un approccio eziologico è individuabile nella crisi  di quel pensiero che attribuiva ad ogni fatto (naturale o sociale) una causa esterna e chiaramente isolabile. Siffatta posizione, che rifletteva un positivismo di natura deterministica, è stata superata dapprima dal pensiero impostato sulla multifattorialità delle cause; e, successivamente, dalla presa d’atto che gli eventi – in specie quelli ricollegabili all’ambito umano – sono la risultante molto spesso di processi interattivi tra interventi e presenze nel mondo-della-vita, nei quali non è sempre agevole ravvisare dei rapporti e dei precisi nessi di causalità.

D’altro canto: la necessità di incrementare la sicurezza, la sua percezione e la sua percepibilità, si ricollegano (e riconoscono occasione e relazione) con l’affacciamento nella vita quotidiana di mutamenti sociali ed ambientali che hanno posto in discussione rapporti umani ed assetti istituzionali dapprima indiscutibili. E’ il caso di riferire, a questo proposito, le mutazioni che si sono verificate nello spazio urbano ed abitativo – una volta caratterizzato da uno stile di relazioni radicate ed omogenee, ed ora connotato da una maggior senso di spaesamento e solitudine.

Ma non solo: l’evoluzione dei rapporti produttivi, del mondo del lavoro e dei ritmi lavorativi, hanno altresì condotto alla necessità di mutare la gestione della vita personale e sociale, spesso infondendo nei singoli e nei gruppi un senso di precarietà, non solo economica, ma anche psicologica. E’ oltretutto da non trascurare il fatto che gli ultimi decenni si sono caratterizzati da un arretramento del Welfare State dalla vita dei cittadini, che ha dato luogo ad un diffuso senso di lontananza in capo ai singoli dalle istituzioni dello Stato e la percezione di una diminuzione delle protezioni sociali.

E’ questo lo spazio concettuale e sociale che ha portato alla ribalta il Problema della Sicurezza.

E’ da evidenziare un primo dato di notevole interesse: la sicurezza, sino a qualche decennio fa, è stata argomento ed insieme di discorsi e di saperi di competenza degli organi di Polizia; la medesima è stata intesa sotto un profilo di carattere prevalentemente penale e concepita sotto due aspetti:

a)     sicurezza come insieme di procedure ed apparati volti alla prevenzione ed alla punizione dei reati;

b)     sicurezza come status: ossìa assenza di reati (ordre dans la rue).

Nel recente il problema sicurezza si declina in termini più complessi e frastagliati, sia dal punto di vista dei contenuti, che da quello degli strumenti per conseguirla e dei soggetti attivi.

Essa può venire letta ed interpretata sulla base di partenza di una situazione caratterizzata da:

a)     generica insicurezza civile, con senso dell’aumentato rischio di aggressione alla propria persona e ai propri beni;

b)     disordine urbano, con conseguente degrado ambientale;

c)     stress culturale, con senso di estraniazione ambientale.

Si tratta di un quadro caratterizzato da una notevole variegazione di temi e problemi la cui soluzione è stata affidata ad una risposta spesso repressiva da parte di autorità centrali e locali.

Le politiche della Zero Tolerance penale ed amministrativa (ispirate dalla costruzione dei saperi e delle pratiche delle Broken Windows) hanno fornito risultati non soddisfacenti sotto il profilo dell’aumento della sicurezza; ed hanno contribuito soltanto ad una diversa dislocazione geografica dei fenomeni di microcriminalità, favorendo così la demarcazione netta tra uno spazio ordinato ed un Junk Space. Oltretutto, la tolleranza zero:

a)     si è dimostrata selettiva rispetto al crimine – concentrandosi prevalentemente sui fenomeni devianti marginali ed innescando inquietanti procedimenti di Labelling criminale;

b)     ha comportato pratiche di polizia spesso costose e talvolta poco rispettose per i diritti degli individui (il caso di Amadou Bailo Diallo è paradigmatico).

Una soluzione praticabile allo scopo di costruire un maggior senso di sicurezza nei centri abitati proviene quindi da altre fonti e da metodi diversi.

La ricerca criminologica ha posto in evidenza come possano essere seguiti percorsi meno costosi e meno traumatici attraverso la messa in pratica di strategie di prevenzione che sono individuate nella:

  • prevenzione situazionale
  • prevenzione comunitaria.

La prima consiste nella elaborazione di tecniche di difesa passiva della persona e del patrimonio attraverso l’adozione di misure volte a diminuire le occasioni e le opportunità criminali.

La seconda si concentra sulla responsabilizzazione dei residenti di un territorio, favorendo la loro partecipazione alla vita comunitaria per ottenere l’abbattimento della solitudine.

L’esperienza del Controllo di Vicinato, in questo senso, rappresenta un esempio di pratica virtuosa in grado di fondere entrambe le strategie di prevenzione.

La medesima, però, sarà in grado di produrre frutti interessanti e risultati tangibili solo se non abbandonerà mai la sua vocazione sociale e spontanea.

Dott. Mauro Bardi - Comitati Scientifico ACdV © RIPRODUZIONE RISERVATA

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