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Questo vecchio detto popolare indica ironicamente la tendenza ad affibbiare a chi ci governa la responsabilità, se non la colpa, di tutto ciò che accade, persino gli eventi meteorologici, in qualche misura richiamando il modo in cui viene percepito il welfare state, o “stato del benessere” qual è il nostro.

Secondo l’Enciclopedia Britannica online, il welfare state è «un concetto di governo in cui lo stato gioca un ruolo chiave nella protezione e promozione del benessere sociale ed economico dei suoi cittadini. Si basa su principi di pari opportunità, equa distribuzione della ricchezza e pubblica responsabilità per quanti non sono in grado di procurarsi le risorse minime per avere una buona vita. Il termine generale può coprire una varietà di forme di organizzazione sociale ed economica.»

E copre e abbraccia tutti gli aspetti di una qualunque forma di vita umana organizzata, in qualche modo trasferendo allo stato il ruolo che in passato apparteneva alle famiglie allargate: quelle, per intenderci, dei villaggi, delle case di ringhiera o delle cascine, in cui vigeva la condivisione del lavoro, delle risorse, delle responsabilità, delle difficoltà e dei frutti. Lo stato, insomma, diventa una “mamma” che deve provvedere a tutto e tutti.

Se da un lato questo amplia l’orizzonte di quelle piccole comunità locali, istituzionalizza ciò che era lasciato alla buona volontà e al senso di solidarietà dei singoli e indubbiamente ci ha permesso enormi conquiste, dall’altro presenta alcune fragilità.

Il principio dello “stato-mamma” è collegato al processo di industrializzazione e di urbanizzazione. Come il famoso ragazzo della Via Gluck di Celentano, la gente lascia le campagne in cerca di un maggiore benessere economico, ma ciò raramente corrisponde a un reale benessere sociale. I casermoni che sorgono come funghi diventano più o meno dormitori per famiglie i cui membri vanno e vengono per lavoro; i rapporti tra loro e tra le famiglie diventano sporadici se non conflittuali, come dimostrano tante assemblee condominiali. Quello che poteva essere un modo per ampliare il concetto di “famiglia” – unire - produce una crescente disgregazione. Non ci si sente più appartenenti a una comunità, piccola o grande che sia; nasce l’alienazione, che porta con sé disagio, delinquenza, dipendenza da droghe e altri fenomeni che causano alti costi sociali ed economici. E purtroppo ciò tende ad avvenire anche nei centri abitati più piccoli in cui si trasferiscono alcuni degli abitanti delle città.

Una qualunque forma di organizzazione sociale, dalla famiglia allo stato, è un sistema composto da molteplici aspetti, tutti strettamente interconnessi e interdipendenti. La mentalità dei nostri tempi non è in grado di affrontarli in modo sistemico. La stessa scienza è fortemente parcellizzata: sei vai da un medico, sei uno stomaco o un piede, nella migliore delle ipotesi un corpo, ma non sei più una persona con una sua storia né una sfera relazionale, affettiva o emozionale. Molte strategie per “migliorare” l’agricoltura mediante fertilizzanti o pesticidi non sanno tener conto degli effetti sulla falda acquifera, sulla catena alimentare - sul sistema di cui quel campo fa parte… e di cui noi facciamo parte. Ma sono solo esempi.

La medesima frammentazione incide necessariamente sulla distribuzione delle risorse, che devono essere suddivise tra le varie fasce sociali e le varie problematiche. E poiché aumentano sia le esigenze che la schiera dei richiedenti (vedi ad esempio il numero crescente di anziani a fronte di una diminuzione di giovani e di posti di lavoro), le risorse che arrivano a destinazione diventano sempre più esigue.

Le famiglie allargate di un tempo avevano una visione a lungo termine: il futuro, anche a beneficio delle nuove generazioni e di quelle non ancora nate, era importante e bisognava  tenerne conto nell’organizzazione e nella preservazione delle risorse, delle tradizioni, del senso della famiglia e altro ancora. Chi se ne occupava erano principalmente le donne, una sorta di “eminenze grigie” che in silenzio arrivavano a tutto e che tuttora, in alcuni dialetti, sono chiamate “reggitrici”.

La visione dello “stato-mamma” è invece a breve termine, e non solo perché legata a legislazioni che durano in genere cinque anni. Quello che conta è il presente, un presente che si dimostra sempre più problematico per via della crisi economica, dell’invecchiamento della popolazione, del degrado ambientale e così via. Il “pacchetto” delle risorse è una coperta sempre più corta: alcuni (pochi) stanno al caldo, ma altri (molti) stanno al freddo. E domani? Che mondo stiamo lasciando ai nostri figli e nipoti?

Ci si comincia ad accorgere che questo modo non funziona, o addirittura può portarci al baratro. In un numero crescente di rapporti della Commissione Europea fa capolino un concetto nuovo: i cittadini visti non solo come fruitori di diritti o legati a doveri, ma anche come partecipanti attivi. Viene chiamato empowerment, termine intraducibile in italiano, ma che significa “dare o darsi un potere”. Non più – o non solo – provvedimenti che piovono dall’alto, ma azioni – e richiesta di agire - dal basso.

Qualcuno obietta che ciò implica demandare alla gente quello che i governi non riescono a fare. Forse è vero, ma sta di fatto che lo stato non può essere una mamma chioccia: i figli crescono anche in dignità assumendosi responsabilità e intraprendendo azioni in prima persona. Lamentarsi per ciò che non va è sterile, improduttivo, e di certo non risolve i problemi e non ci fa vivere meglio.

Le forme che questo empowerment può assumere sono molteplici: per non citare che due esempi, le più svariate organizzazioni di volontariato e le “città intelligenti” in cui, tra l’altro, in cittadini diventano consumatori-produttori di energia grazie alle fonti alternative e possono decidere a chi destinare il surplus che generano.

Anche il Controllo del Vicinato è una forma di empowerment: siamo noi, la gente, che ci prendiamo cura del nostro territorio e delle nostre case, anche studiando e attuando strategie e comportamenti che permettano un più efficace utilizzo delle risorse, tra le quali le Forze dell’Ordine e i dispositivi legislativi.

L’empowerment fa parte di un altro grande filone di ricerca che occupa sempre più le pubblicazioni universitarie e degli enti governativi: l’innovazione sociale. Ciò che alcuni auspicano nelle loro visioni è una società composta da persone che non bevono più tutto quello che viene loro detto, che non si accontentano dello status quo, che hanno gli occhi ben aperti oltre l’orticello della propria abitazione, cercano relazioni umane, agiscono per portare armonia e benessere, sono presenti sul territorio non solo la sera, quando dormono, o quando devono reclamare qualche diritto.

Rispetto alla mentalità corrente, certo, questa sarebbe una società nuova, anche se in definitiva riprende comportamenti che erano scontati nelle famiglie allargate di un tempo. Ma con qualcosa in più, come dev’essere nel quadro di una Vita che non ricalca pedissequamente le proprie orme e cresce sui propri limiti ed errori: famiglie che si uniscono, dialogano, collaborano non solo sulla base di legami di sangue o semplicemente perché si trovano su uno stesso fazzoletto di territorio, ma per scelta e cercando affinità elettive, ideali, intenti, interessi e azioni comuni per un “ben-vivere” per tutti.

Gabriella Campioni © RIPRODUZIONE RISERVATA

Un problema non può essere risolto con la stessa mentalità con cui è stato creato. (Albert Einstein)
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